C’ERA UNA VOLTA…

“Facciamo un bel corso ingaggiante e divertente sulla nuova procedura per effettuare il reso di un prodotto online!”

Ma sì. Entusiasmiamoli questi ragazzi con una bella simulazione e la schermata del registratore di cassa.

…La creatività latita?

Ecco che in nostro soccorso arriva il Design Thinking.

Proprio questa metodologia, codificata negli anni 2000 all’Università di Stanford, trova un’applicazione utilissima nell’ambito dell’Instructional Design. Vediamo come.

Il Design Thinking prevede una conoscenza approfondita dell’audience a cui ci rivolgiamo, dei bisogni e delle necessità dell’utente, in un approccio estremamente human-centered. Più lo si utilizza, più si impara ad “allargare lo sguardo” e trovare soluzioni creative a problemi anche complessi.

Il processo di Design Thinking prevede 5 fasi:

  1. Empatia
  2. Definizione del problema
  3. Ideazione
  4. Prototipazione
  5. Test

Vediamole una per una e cerchiamo di capire come declinarle nella pianificazione della nostra formazione.

Empatia

Questa prima fase non è solo una semplice analisi dell’audience con gli strumenti tradizionali che conosciamo (interviste, ricerche sul campo…), ma prevede di mettersi nei panni dei nostri utenti, tanto da capirne da vicino le sfide, le necessità e le difficoltà quotidiane. Ciò significa “entrare” nel loro lavoro, affiancarli, conoscere il loro universo e – perché no – coinvolgerli nel processo creativo.

E come si muove un Instructional Designer? Certo, può limitarsi a raccogliere informazioni da chi ha commissionato il corso, o dallo SME (Subject Matter Expert, l’esperto in materia) di turno. Ma quante più soluzioni si scoprono se solo si scambiano due chiacchiere con l’utente finale. Citando Julie Dirksen “Parlate con i vostri allievi. (…) Che cosa vogliono i vostri allievi? Qual è il loro attuale livello di abilità? In che cosa sono diversi da voi?”

Empatizzare con gli allievi significa stare dalla loro parte, comprendere e accogliere le loro difficoltà, far sentire loro che possono farcela, farli sentire intelligenti e capaci. E questo, oltretutto, ci permette di avvicinarli senza il piglio da maestrina che ci piace tanto ma non funziona mai.

Definizione del problema

Capire quale sia il problema con chiarezza è la base per non perdere tempo sviluppando contenuti inutili. A volte in questa fase emerge che non è un corso di e-learning la soluzione migliore per risolvere un determinato “vuoto”. Forse è meglio una sessione in aula, o magari un affiancamento on the job. O magari una flipped classroom. Insomma: in fase strategica è essenziale definire chiaramente quale sia il problema da risolvere, e scrivere gli obiettivi da raggiungere in modo inequivocabile, facendo sì che siano misurabili (vedi la cara Tassonomia di Bloom, old but gold – per approfondire https://cft.vanderbilt.edu/guides-sub-pages/blooms-taxonomy/).

Una volta identificato il problema da risolvere, possiamo sfoderare i nostri metodi di ID stretto, ADDIE o SAM che siano (per info consiglio questo interessante articolo https://community.articulate.com/articles/an-introduction-to-sam-for-instructional-designers)

Ideazione

Questa è forse la fase più critica: consiste nel trovare una soluzione al problema insieme a un team multi disciplinare. Non ci sono vincoli: ogni idea, anche la più folle, è degna di essere detta e appuntata. Il valore si nasconde lì in mezzo, e quante più idee emergono tante più saranno le potenziali soluzioni a nostra disposizione.
Qualche spunto su come condurre questa fase? Post it! Brainstorming con i nostri adorati foglietti colorati, ma anche Sketching o Mappe Mentali. Tutti metodi, questi, che hanno il fine di far emergere in modo visuale il flusso dei pensieri.

Photo by Hugo Rocha on Unsplash

Prototipazione

Il prototipo è un modello preliminare, una scorciatoia per mostrare come funziona la nostra soluzione in tempi brevi e senza costi.
Come può essere il prototipo di un corso E-learning? Lo storyboard di una interazione, per esempio. Lo schizzo a mano di uno scenario con le possibili risposte a una domanda, o ancora un mock up che mostri in modo intuitivo il funzionamento della nostra idea.

Test

Infine: test, test e ancora test. Come funziona il nostro prototipo nel mondo reale, con dei veri utenti? Questa fase ci permette di capire, modificare, ridefinire, addirittura di ricominciare da capo con una nuova idea da prototipare e testare. È l’ultimo step del processo di Design Thinking, ma forse ci riporterà all’inizio; è la fase in cui quello che abbiamo creato si scontra con la dura realtà dei fatti. Funzionerà? Saranno gli utenti a dircelo.

Photo by bonneval sebastien on Unsplash

E vissero felici e contenti.

Il Design Thinking ha il grande pregio di permetterci di fallire presto e velocemente, così da aiutarci a raddrizzare il tiro in tempo se necessario, senza dispendio inutile di energie e risorse. Per questo l’Instructional Design e Il Design Thinking dovrebbero dialogare e contaminarsi, nell’affascinante processo creativo della formazione per cui anche una procedura di reso online, ebbene sì, può diventare una meravigliosa avventura.


CHIARA MAGNI


Ti è piaciuto questo articolo? Segnalalo ai tuoi colleghi o utilizza i tasti social in alto per condividerlo!

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...